Yasuo Sumi – BIG WORKS

MOSTRA BIG WORKS – OMAGGIO A YASUO SUMI

Nel 2016 la galleria ABC Arte di Genova, ha realizzato con grande cura, a poco più di tre mesi dalla scomparsa del maestro Yasuo Sumi, morto nell’ottobre del 2015 a Itami, in Giappone, la mostra Nothing but the future, che rappresenta certamente l’esposizione monografica più importante su Yasuo Sumi mai allestita in Italia.

Con sessanta opere in catalogo, la mostra presenta lavori dell’artista a partire dagli anni Cinquanta fino alle ultime realizzazioni degli anni Duemila, realizzati con tutti i supporti e i materiali preferiti e utilizzati da Sumi nel suo complesso dialogo col colore: la carta, la tela, la pergamena e la rete.

Lo Spazio Arte dei Mori che per primo, da oltre 10 anni, aveva allestito varie mostre del maestro Sumi, ha voluto partecipare alla realizzazione della mostra Nothing but the future prestando le seguenti 22 opere che sono state inserite nel catalogo della mostra.

  • Page 59: Early Gutai Work
  • Page 60: Early Gutai Work
  • Page 77: Work 28 
  • Page 99: Work 50
  • Page 82: Work 12
  • Page 84: Black work
  • Page 85: Yasuo Sumi 38
  • Page 88: Work 02
  • Page 89: Yasuo Sumi 34
  • Page 90: Work 53
  • Page 96: Work 34
  • Page 97: Work 36
  • Page 98: Work 46
  • Page 100: Work 54
  • Page 101: The dragon and the eagle
  • Page 102: Untitled
  • Page 103: Untitled
  • Page 104: Homage to Venice 12
  • Page 108: Untitled
  • Page 109: Aka
  • Page 110: Untitled

Per i rappresentanti dello Spazio Arte dei Mori che non hanno fatto in tempo a salutarlo da vivo come era in progetto, l’inserimento delle proprie opere nella  mostra sostituisce a pieno titolo l’emozione della presenza viva di Sumi con l’emozione della sua assenza,  assenza che circonda le sue opere ora di un’atmosfera nuova.

Ora, passato un anno abbiamo deciso di fare una nostra mostra in ricordo della relazione avuta con lui.

Nella mostra BIG WORKS sono state inserite solo opere nella nostra collezione di rilevante dimensione che il maestro ha fatto specificatamente su mia richiesta, come è scritto nel testo della lettera che mi aveva inviato. A queste opere sono personalmente molto legata e  mi sono sempre rifiutata di venderle.

Dopo qualche anno, avendo l’esclusiva, avevo chiesto al maestro altre dieci opere, purtroppo non ha avuto il tempo di farle tutte e solo dopo la sua morte Andrea Mardegan (che gestisce l’archivio di Sumi) ne ha recuperate sei che erano destinate a me.

Queste ultime sei le ho condivise con ABC Arte (tre per ciascuno) anche in segno di riconoscenza per l’impegno da loro messo per l’organizzazione della mostra Nothing but the future.

In questa occasione voglio testimoniare inoltre uno speciale ringraziamento a mio marito Luigi che sempre condiviso il mio interessamento e il mio impegno per la valorizzazione della straordinaria e particolare attività artistica del maestro Sumi.

Associazione culturale Spazio Arte dei Mori
Il presidente.
Raffaella Borghi.

LA CONTINUITÀ DI SUMI

La storia di Yasuo Sumi è una storia di fedeltà e di continuità, forse addirittura di persistenza e di perseveranza nel tempo lungo della propria durata. Nel 1955, Sumi entra a far parte del GutaiBijutsuKyoaki (Gutai Art Association), costituito a Osaka l’anno precedente da JiroYoshihara, con sede nella casa di Shozo Shimamoto. Immediatamente, la sensibilità di Sumi si forma, o meglio, come scrive lui stesso, si scopre e si rivela, in questo contesto avventuroso in cui l’audacia e il desiderio di giungere a nuove scoperte costituiscono il segno di appartenenza più profondo e sincero, quasi uno stigma positivo che segna l’artista per tutto il corso della sua vita futura. Nel segno di un’appartenenza mai messa in discussione, Sumi prese parte a tutte le ventuno mostre Gutai e rimase nel gruppo fino al suo scioglimento, avvenuto nel 1972, continuando poi a sviluppare, nei lunghi decenni successivi, la sua lenta e personalissima metamorfosi dell’arte Gutai.

Del Gutai, infatti, Sumi incarna un aspetto molto particolare e per certi versi anomalo rispetto all’istrionismo, alla tensione e alla leggerezza avanguardista degli altri membri del movimento. Per lui, l’adozione di un linguaggio concreto e informale sembra quasi una scelta di mitezza, una ricerca di empatia, un modo per rispettare le proprie emozioni più intime. I suoi dipinti, con le loro cicliche simmetrie flessibili, esplodono sempre verso lo spettatore e lo coinvolgono nell’orchestrazione organica dell’opera, offrendosi a lui come cifre disarmoniche di un’osservazione profonda, in un circuito istintuale di impulsi biomorfi.

Artista silenzioso, Sumi, nelle rare occasioni in cui parlava di sé, lo faceva con quello spirito di serietà ironica così intrinsecamente giapponese da risultare a volte impenetrabile per noi europei. Sumi affermava di credere nella “disperazione” (yakekuso) e nella “frivolezza” (fumajime). Spiegava di avere un temperamento “indolente e superficiale” che lo avrebbe portato chissà dove. Diceva di sentirsi a volte presuntuoso ma di non sapere da dove altro partire se non dalle sue intime presunzioni e predilezioni. “A me piace non pensare a nulla”, ha scritto in un breve testo intitolato La forza della natura, “proprio quando non penso a nulla mi viene in mente un nuovo modo di espressione e mi assale il desiderio di creare altre opere: è l’opera stessa che una volta completata risveglia il mio cuore e io raggiungo il massimo della felicità e della soddisfazione”.

In queste brevi dichiarazioni, tanto ricche di sottigliezze, Sumi sembra quasi descrivere un gioco intimo di specchi pittorici, un labirinto segnico che nell’orchestrazione organica dell’opera realizza un indissolubile intreccio di una carica emotiva e di una formula visuale. Come si legge nel più importante testo teorico dell’avanguardia giapponese, il Manifesto Gutai del 1956, una delle radici dell’arte Gutai è appunto il conflitto, cioè la sintesi, fra lo spirito e la materia: un conflitto polifonico e a volte fortuito, dettato dallo stato d’animo del momento.

Anche se il movimento Gutai negli ultimi due decenni ha acquisito una visibilità internazionale sempre maggiore, le opere di Sumi non sono ancora molto note agli appassionati d’arte italiani. Dopo aver presentato i suoi lavori alla Biennale di Venezia nel 1993, Sumi è tornato più volte nel nostro paese. Lo Spazio Arte dei Mori di Venezia, (l’Associazione che nel 2007 lo aveva nuovamente ospitato in Italia per un significativo evento collaterale della Biennale di Venezia), tiene aperta da circa dieci anni una mostra permanente  delle opere di Sumi e di alcuni giovani eredi dell’avanguardia Gutai, come la pittrice e performer Loco.

È possibile suggerire qualche confronto utile allo spettatore italiano? Vengono in mente i gomitoli di Scanavino dei primi anni Sessanta, col loro diramarsi in matasse sbrogliate e in brevi vortici o i reticoli graffiati di Alfredo Chighine, opere degli anni ’55-’56, e ancora le spirali zampillanti di Roberto Crippa, che ricordano i giochi circolari di certi Gutai Sketches di Sumi e di altri membri del gruppo, ma sono tutti confronti di superficie, che aiutano l’occhio a orientarsi ma che servono più che altro a mettere in evidenza delle differenze, dei vuoti da colmare fra le tendenze italiane e quelle orientali. Basta pensare quanto sia importante per gli artisti Gutai la commistione fra pittura e teatro, oppure la concezione dello spazio pittorico come campo da gioco, giustamente sottolineata e messa in luce dalla grande mostra Gutai organizzata nel 2013 dal Museo Guggenheim di New York e intitolata Gutai Splendid Playground, quasi a sottolineare la polifonia gentilmente iconoclasta del gruppo. Nella sezione Pictures with time and space era esposto un piccolo capolavoro di Sumi, intitolato Torino no. 31, (in evidente ricordo della prima mostra Gutai in Europa, organizzata a Torino da Luciano Pistoi nel 1959 alla galleria Notizie). Il dipinto fu realizzato da Sumi facendo scorrere sulla carta un abaco intriso di colori a olio, maneggiato dall’artista mentre un apparecchio vibrante provocava movimenti irregolari sulla superficie dell’opera.

A partire dalle sue origini fino agli esiti più maturi dei suoi materiali genetici, Sumi ha acquisito e approfondito alcuni dati essenziali del fare arte in modo moderno: il tempo della pittura, l’impronta del gesto, il gioco vicendevole dei piani e delle curve, la precisione e l’aleatorietà delle tinte e degli innesti tridimensionali e, non ultima, la fedeltà all’opera intesa come dipinto nel senso meno accademico ma più familiare e intimo del termine. “Più un’opera d’arte è sporca, più interessante diventa per me”, scriveva Sumi nel 1957 sulle pagine della rivista Gutai, e concludeva: “Mi assumo quindi il compito di scoprire la bellezza sporca ed esprimerla; è questo l’unico oggetto in cui posso trovare il senso della vita”. Il paradosso della bellezza nello sporco, del canto asimmetrico delle materie sulla tela è un segno di pathos formale autentico. Quando, nel 2009, durante un viaggio in Giappone, lo Spazio Arte dei Mori arrivò a Osaka per incontrare l’artista e vederlo lavorare nel suo ambiente, l’emozione fu molto grande. Il particolare forse più commovente fu osservare che il luogo dove egli preferiva realizzare le sue opere è un piccolo giardino, un prato, dove Sumi restava inginocchiato all’aperto, utilizzando sulla tela stesa a terra i suoi strumenti di lavoro ormai tradizionali, i sandali, gli ombrellini, gli abachi. Nelle pieghe, nelle scalfitture e nelle sporcizie incessantemente trascinate e rimescolate nel vortice del divenire, nel fluire delle linfe e dei succhi terrestri, Sumi ha cristallizzato le sue speranze per il futuro, percepite “irresponsabilmente”, come amava dire lui, a contatto diretto con la sostanza della terra, dell’erba, dell’aria e della luce.

Associazione culturale Spazio Arte dei Mori
Jonathan Sisco