LOCO – il nuovo Gutai

LOCO  - Il nuovo Gutai

Uno stile che guarda alla tradizione manga del fumetto in chiave pop con una punta d’ironia ed un percorso intellettuale molto solido alle spalle. Allieva prediletta di Shozo Shimamoto con il quale ancora oggi collabora artisticamente, lo stile di LOCO si pone come un ponte effettivo tra il passato e il presente  dello stile Gutai, unendo alla notevole capacità espressiva dei suoi maestri una ventata d’aria fresca e una modalità moderna d’interpretazione che si esplicita attraverso tecniche diverse. Nei lavori su tela e carta, la giovane artista testimonia una fantasiosa poliedricità, passando da coloratissime raffigurazioni pop che ricalcano con colori acidi lo stile dei manga giapponesi ad opere in cui utilizza la pioggia, ritornando ad allacciarsi agli elementi naturali della tradizione dei maestri Gutai.  La pallina, che diventa emblema segnico del suo lavoro e filo conduttore della sua poetica – unita ai colori accesi ed esplosivi – rappresenta uno degli elementi principali su cui si fonda la sua ricerca: spontaneità e gioiosità. Nel favoloso mondo di Loco, dove tutto è allegria e colore, non c’è posto per l’angoscia o la tristezza del vivere, gli autoritratti eseguiti ad olio, dove si ritrae in varie situazioni come una bambina – fumetto spiritosa e colorata, i buffi volti a penna su stoffa delineati con un solo tratto, le palline che si rincorrono da un quadro all’altro infilandosi sotto la tela per sbucare fuori all’improvviso, hanno una efficace forza comunicativa, suscitando un sorprendente coinvolgimento nello spettatore.

L’apparente leggerezza della raffigurazione nasconde però in realtà un’indagine molto più complessa e articolata. Non a caso l’Artista parla di “scherzo” come una delle possibili chiavi di lettura del proprio operare, ricordandoci come l’arte sia un’apparizione improvvisa e inaspettata, da affrontare con il riso e mai troppo seriamente, esattamente come la vita.

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Quando sarò` grande farò` l’artista! Che sogno bellissimo! Ma come avverarlo?

Diventata studente alle scuole superiori, un professore mi suggerì di andare all’Università di Belle Arti. Quella sarebbe stata la strada per diventare artista. Mi informai e capii che in zona c’era una scuola di preparazione agli esami di ammissione che prevedeva esercizi di pittura. Provai ad andarci subito, ma quella vista fu per me una sorpresa!!! Studenti che riproducono i temi dati loro, come schizzi di busti di gesso, dipinti di nature morte… Una fila di disegni tutti con lo stesso stile. Non solo, ma i visi degli studenti sono sofferenti, quasi fossero sul punto di piangere. Cos’è questa storia? E` una convenzione disegnare così’? Tuttavia, dopo alcuni mesi di frequentazione, anch’io mi ritrovai come gli altri, soffrendo alla ricerca di riprodurre quello stile che l’università` giapponese predilige. Fu l’ora di affrontare l’esame, anche se avevo il dubbio persistente, se avesse davvero senso disegnare in quelle condizioni. Non superai l’esame, e passarono tre anni, ritrovandomi già` ventunenne.

Fu così che mentre mi chiedevo se non fosse proprio possibile diventare artista, un giorno in biblioteca mi capitò sotto gli occhi un libro di Shozo Shimamoto. Lì trovai le risposte a tutti i miei dubbi. “Lo voglio conoscere!” pensai. Gli scrissi una lettera e poi lo andai a trovare a Osaka.

 “Se andrai all’università i tuoi quadri non avranno futuro. Se vuoi diventare artista, diventalo in questo istante”, mi disse. “Eh? Posso diventarlo?” esclamai sorpresa. “Guarda che non è` un titolo per cui ti serva il permesso di qualcuno”, mi rispose.

Di fianco a Shimamoto sbocciò l’originalità nella mia vita di artista, ed al contrario di quando frequentavo la scuola di preparazione agli esami, le idee straripavano e non riuscivo a contenere la gioia. Capii in questo periodo che essere bravi a disegnare non è molto importante. Dato che lo spettatore mette a disposizione il suo tempo mentre guarda un quadro, ritengo che sia più’ profondo offrire un “?”, o un “!”, o un sorriso. Penso che il mio ruolo di artista sia quello di trasmettere la gioia dell’arte.

Quand’ero bambina poi, oltre a disegnare mi piaceva fare scherzi. Gli scherzi hanno varie forme e non si legano ad uno stile particolare. Lo scherzo può nascere da qualsiasi situazione. Quando ci penso, io stessa mi emoziono e mi diverto, e come artista deve essere così, altrimenti non riuscirei a trasmettere niente allo spettatore. Penso che la mia arte non si intestardisca su una forma anche perché mantengo quello stile spontaneo: perché c’è qualcosa di interessante proprio lì’ dove nemmeno io me ne ero accorta, per questo cerco di conservare e difendere quella parte di cuore di bambino.

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La gente entra in museo, ma le opere oggetto della visita sono tenute a distanza di sicurezza, delle guardie controllano che non vengano toccate e spesso nemmeno fotografate. L’artista autore delle medesime quando le dipingeva voleva probabilmente esprimere una parte di sè, o comunicare qualcosa, ma nella realtà sociale le opere diventano degli oggetti da difendere e preservare per durare il più a lungo possibile.

La gioia che LOCO ha sempre voluto esprimere nella sua arte pero`, verrebbe così limitata dalla corda, dalla protezione che garantisce la sicurezza dell’opera. Per questo LOCO ha pensato che se lo spettatore pur andando in un museo non può godersi l’opera, allora sarà` l’opera a visitare la gente.

Le opere di LOCO sono una espressione di questa allegria e semplicità, ma nelle tante diversissime opere, il messaggio comune risiede nell’energia trasmessa coi colori, nella mancanza di regole evidente dalla varietà, e nella vicinanza allo spettatore che traspare dalle dimensioni ridotte, e dalla mancanza molto spesso di un vetro protettivo. La corda del museo è caduta, la guardia se n’è andata, e nelle foto ci sono i colori di LOCO.